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Canapa in Mostra – Fiera della Canapa Industriale e Medica – Napoli 31/10/2014 – 2/11/2014


L’associazione CANAPA in MOSTRA è lieta di presentarvi la prima edizione di CANAPAinMOSTRA, Fiera Internazionale della Canapa Industriale e Medica.

La canapa, conosciuta e utilizzata da sempre in ogni parte del mondo, ha visto nell’ultimo secolo un lento abbandono, tanto nella produzione quanto nella diffusione. Solo recentemente sta tornando a farsi spazio, attraverso un rinnovato interesse sociale ed economico e grazie all’opportunità che dà al piccolo produttore di ovviare alla crisi con coltivazioni a basso costo.

I campi di utilizzo di questa pianta sono già ad oggi tantissimi, ma con l’avanzare della tecnologia e delle scoperte scientifiche potrebbero diventare infiniti, inoltre la continua richiesta di nuove tecnologie eco-sostenibili impone la necessità di nuove ricerche su questo materiale estremamente versatile.

L’intenzione dell’associazione è quella di portare il grande pubblico e le istituzioni a conoscenza di queste potenzialità e di riportare alla memoria la lunga tradizione che lega il nostro paese alla canapa, in particolare la regione Campania.

http://canapainmostra.com/

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Incontro con gli on. Farina e Ferraresi

La settimana scorsa abbiamo incontrato alla Camera i firmatari delle due proposte di legge per la regolamentazione della coltivazione domestica di cannabis, per cercare di capire quali aspettative potrebbero essere alimentate, in tempi medio-brevi, dalla loro iniziativa.

I due deputati hanno rinnovato e garantito il loro massimo impegno affinché le due proposte, sulle quali converge la totale condivisione, possano trasformarsi il prima possibile in un testo unico, che porrebbe le basi per la richiesta di calendarizzazione per determinare la data per la discussione in aula.

La solita strada in salita perché, come ci ha fatto notare l’on. Farina, questo sarebbe solo un piccolo obiettivo, che nonostante tutto cercheremo di ottenere, ma molto dipende dalla posizione del PD e dalla lentezza dei lavori parlamentari ogni volta si trattino temi riguardanti i diritti civili, portando come esempio la legge contro l’omofobia, approvata dalla Camera e ferma in Senato da circa un anno.

Proprio prendendo spunto dalla legge citata ad esempio, stiamo assistendo in questi giorni allo scontro etico tra i sindaci di alcuni Comuni, le relative Prefetture e il Governo a proposito delle unioni omosessuali, classica dimostrazione di come i problemi possano essere posti all’attenzione della politica in tempi brevi, quando i rappresentanti delle Istituzioni si pongono in prima linea per difendere i diritti dei cittadini, cosa che auspichiamo possa accadere anche per quanto riguarda il diritto alla coltivazione di “una pianta”!

Comunque, preso atto dei tempi e della situazione politica, abbiamo anche convenuto che piccoli passi avanti si stanno facendo e la modifica al Codice della Strada in relazione ai test retroattivi, presentata dall’on. Ferraresi e accettata dalla Commissione Giustizia, è alla luce dei fatti una grande vittoria a tutela dei consumatori di cannabis, aprendo anche la strada alla contestazione dei test sul posto di lavoro.

Rimane comunque l’urgenza di portare, nel più breve tempo possibile, di nuovo l’attenzione sulla contraddizione tra il divieto di coltivazione e la liceità del consumo personale o di gruppo e proprio partendo da questa contraddizione, ASCIA, ha presentato ai due deputati un progetto di CSC che possa sbloccare l’indifferenza del mondo politico su un problema che, se non viene risolto entro due anni, dovrà in tutti i modi adeguarsi alle nuove direttive dell’Assemblea Speciale Straordinaria dell’Onu, l’UNGASS a giugno 2016, dove ci si attende un grande sconvolgimento nella storia delle convenzioni delle Nazioni Unite sulle sostanze stupefacenti e che dovrebbe sancire la definitiva scomparsa della “war on drug”, ma riuscirci prima non ci darebbe poi così fastidio e l’assicurazione dei due deputati, circa la loro pressione affinché sia calendarizzata la discussione in aula in tempi brevi, è per ora l’unico contributo sul quale possiamo contare.

Direttivo ASCIA

Cogliamo l’occasione per riproporre le due proposte di legge:

Pdl Farina

pdl Ferraresi

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L’opinione delle Associazioni

Purtroppo la campagna di raccolte firme per la presentazione di una legge europea sulla legalizzazione della cannabis non ha ottenuto il consenso desiderato e come avrete notato abbiamo rimosso, con dispiacere, il banner “WEED LIKE TO TALK” dalla nostra home page, ma al suo posto abbiamo inserito il banner che rimanda alla visione del filmato dell’intervento dei rappresentanti di varie Associazioni, fra cui anche ASCIA, alla passata edizione di Indica Sativa Trade tenutasi a Fermo lo scorso giugno.

Vi invitiamo a visionarla perché la riteniamo una utile testimonianza di resistenza attiva contro l’ottusità del proibizionismo ancora imperante nella nostra nazione.

Cogliamo l’occasione per ringraziare lo staff di Seeds of Life che ha promosso l’incontro ed i ragazzi di S.O.L. Media Group che hanno realizzato il filmato con grande professionalità, portando un gradito contributo alla nostra lotta.

Direttivo ASCIA

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Esce “On Air”: Diritto di Cannabis

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Quale futuro “ergastolico” per chi usa canapa?

Ergastolo della patente… questo neologismo mi stimola a coniare anche il verbo “ergastolare”, sinonimo di “ritirare a vita” o “togliere per sempre dalla circolazione” ovvero “distruggere”… e l’aggettivo “ergastolico” ovvero “distruttivo”, “che distrugge”, giusto per sorriderci un po’ sopra.

Diminuire le morti per incidenti stradali è sicuramente un obbiettivo da perseguire, anche punendo chi provoca incidenti guidando irresponsabilmente in stato alterato, ma considerando che le maggiori cause degli incidenti stradali sono l’eccesso di velocità e l’abuso di alcool durante la guida, la logica dovrebbe portare ad intervenire più efficacemente in questi altri casi.

Stanno effettivamente approvando il ritiro della patente a vita, ma non “per chi assume abitualmente sostanze stupefacenti”, come nelle dichiarazioni iniziali di Alfano, ma per chi viene accusato di omicidio stradale, alla guida sotto l’effetto di alcool o stupefacenti, o con più morti, o un morto e uno o più feriti.
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Arriva-ergastolo-della-patente-Primo-via-libera-della-Camera-al-nuovo-codice-della-strada-4c33d8f0-45a9-4892-9e8c-4cddfe09ca5a.html?refresh_ce

L’ergastolo della patente proposto da Alfano non è costituzionalmente realizzabile in Italia (o meglio, non ancora… speriamo mai…) perché se un drogato tossicodipendente abituale si disintossica e torna a vivere da sobrio, nonostante le avversità del proibizionismo, avrebbe tutti i diritti costituzionali di rientrare in possesso della propria patente, con buona pace di tutti coloro che hanno fatto della persecuzione esagerata verso chi è diverso, o debole e in difficoltà, la loro missione di vita.
Ragionevolmente una norma giusta, rivolta alla tutela della sicurezza stradale, dovrebbe punire solo il comportamento irresponsabile di chi si mette alla guida sotto l’effetto psichico di alcool o droghe, senza estendere la punizione e la persecuzione, ad una o a entrambe le categorie di utilizzatori, nella vita privata.

Ovviamente, la bella pensata di Alfano andrebbe a penalizzare prevalentemente diversi milioni di italiani che fanno uso di canapa marijuanata psicoattiva, oltre a qualche decina di migliaia di tossicodipendenti veri da droghe pesanti e all’industria automobilistica. 
Per “giusto” bisognerebbe allora “ergastolare” preventivamente anche la patente di chi fa uso abituale di alcolici, anche senza abusarne, perché l’alcool è di gran lunga il maggior responsabile di incidenti stradali mortali, insieme all’eccesso di velocità.
Immaginiamo come risulterebbero straordinariamente vuote le strade italiane in tal caso, quanto verrebbero ridimensionate le industrie automobilistiche, i meccanici, i gommisti, i distributori di benzina e quanto si dovrebbero potenziare i servizi pubblici. Per Madre Natura sarebbe pure un toccasana… ma per l’economia e la vita sociale sarebbe una catastrofe! 
Se continua così, in Italia, fra poco ci arriviamo lo stesso per mancanza di soldi. 

Un utilizzatore abituale di cannabis non dovrebbe essere automaticamente considerato né definito un drogato tossicodipendente, esattamente come un consumatore abituale di alcoolici che beva quotidianamente con moderazione vino e birra durante i pasti, e anche oltre, non viene marchiato come alcolizzato, se non ne abusa ubriacandosi quotidianamente, e per l’alcool è ben accertato che dia danni e dipendenza notevoli.

Invece coloro che assumono cannabis sono più esageratamente e sproporzionatamente perseguitati di tutti i drogati e gli alcolizzati, sia sulla strada che sul lavoro, tramite l’ostinazione a voler utilizzare come metodo di individuazione del terribile THC le analisi delle urine, inutili per accertare l’effetto psicoattivo da THC in atto durante la guida o il lavoro, visto che l’effetto dura non più di 3 ore mentre il THC è rilevabile nelle urine anche dopo 30 giorni, ma, proprio per questo, utilizzate massicciamente per mettere il marchio di drogati tossicodipendenti a tutti coloro che si sono fatti anche una sola canna nell’ultimo mese.

La grande bugia diviene una verità legale imbastita sull’ignoranza, ed ecco che magicamente l’assuntore di cannabis risulta costantemente “sotto l’effetto di stupefacenti” per una trentina di giorni dopo l’ultima canna, anche se l’effetto gli è passato dopo 3 ore, magari 20 giorni prima del controllo. Per quanto possa essere sobrio ogni volta che si mette alla guida, tenderà a non venir riconosciuto tale dalla legge, per 30 giorni sarà sempre “sotto l’effetto di stupefacenti” in caso di controlli o, peggio, di incidenti, e, anche quando non abbia avuto alcuna responsabilità nel provocare incidenti, per questo tenderà ad essere considerato dalla legge sempre colpevole.
Con tanto di perquisizione a casa e, molto probabilmente, anche di denuncia penale per il possesso di stupefacenti “ai fini di spaccio” come conseguenza.

Le altre conseguenze molto probabili sono la carcerazione, la perdita del lavoro (per chi è fortunato ad averlo), il ritiro di patente e passaporto, l’emarginazione sociale. Ma ai persecutori veri questo non basta.
Perseguitarlo ulteriormente, “ergastolandogli” pure la patente a vita, significherebbe negargli ogni futuro dignitoso e costringerlo o a fare il barbone, o ad emigrare in un altro stato europeo, o ad entrare in una comunità di recupero, o a suicidarsi (per colpa della terribile cannabis!), senza molte altre alternative, a meno che non si sia ricchi.

Questo tipo di inutili interventi persecutori danno la sensazione disgustosa di un odio malcelato verso tutti i pericolosi spregevoli “drogati”, includendo esageratamente nella categoria anche tutti gli utilizzatori di sola canapa, anche una sola volta al mese, tutti visti, mostrati e marchiati come i principali nemici della società, dai quali liberarsi ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, esclusa la pena di morte, da bravi cristiani.

Poco importa che la maggioranza di coloro che utilizzano solo la canapa conducano una sobria vita normale, siano persone innocue, non abbiano provocato incidenti e siano a minor rischio di provocarli di chi assume alcool o di chi fa guida pericolosa ed eccessi di velocità, poco importa che abbiano tutti i punti sulla patente, vengono sempre mostrati come “il nemico”, per la sicurezza stradale bisogna a tutti i costi perseguitarli, controllarli preventivamente, sanzionarli, denunciarli, arrestarli, ergastolargli la patente, metterli nella miseria, rovinargli la vita, il lavoro, la famiglia, le relazioni sociali, il futuro. 
Non potendo ucciderli, si cerca di spingerli al suicidio o, almeno, ad emigrare.

Del resto succede anche a tanti giovani italiani che non si drogano…

Speriamo che un giorno venga saggiamente “ergastolata” a vita anche la candidatura a cariche pubbliche di individui morbosamente ossessionati dall’idea di perseguitare intere categorie di innocue persone diverse, considerandole e facendole considerare allarmisticamente i peggiori nemici della società.
Purtroppo la Storia, con le sue catastrofi umane, si ripete sempre….

Pierpaolo Grilli – ASCIA

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Fini-Giovanardi, legge da «dimenticare»

Fonte: IlManifesto

Riportiamo di seguito l’articolo de Il Manifesto del 14 ottobre u.s., sulle motivazioni depositate dall’Alta Corte di Cassazione in merito al riconosciuto diritto agli sconti di pena, dopo la dichiarazione di incostituzionalità della Legge Fini-Giovanrdi dello scorso 24 maggio. Un altro passo avanti verso una giustizia troppe volte calpestata; Delle linee guida fondamentali che ci auguriamo saranno rispettate dai giudici dell’esecuzione, ai quali spetta comunque l’ultima parola.


«Far ese­guire una con­danna, o una parte di essa, fon­data su una norma con­tra­ria alla Costi­tu­zione, e per­ciò dichia­rata inva­lida dal Giu­dice delle leggi, signi­fica vio­lare il prin­ci­pio di lega­lità». Dun­que, hanno diritto a uno sconto di pena tutti coloro che sono stati con­dan­nati in via defi­ni­tiva per pic­colo spac­cio o per dro­ghe “leg­gere”, in vio­la­zione della legge Fini-Giovanardi dichia­rata inco­sti­tu­zio­nale dalla Con­sulta nel feb­braio scorso.

La ride­ter­mi­na­zione al ribasso delle con­danne defi­ni­tive vale anche in caso di reci­diva, in quanto la Corte costi­tu­zio­nale nel 2012 si pro­nun­ciò anche con­tro una norma con­te­nuta nella cosid­detta ex Cirielli, la legge ad per­so­nam nata per sal­vare Pre­viti e Ber­lu­sconi a costo di sacri­fi­care tos­si­co­mani e pic­coli mal­vi­venti e creare in car­cere il cosid­detto effetto delle “porte girevoli”.

È quanto sosten­gono, in sin­tesi, le sezioni unite penali della Corte di Cas­sa­zione nelle moti­va­zioni della sen­tenza emessa il 29 mag­gio scorso in favore di un uomo napo­le­tano con­dan­nato per spac­cio di poche dosi di cocaina e di can­na­bis che non si è visto rico­no­scere l’attenuante della lieve entità sull’aggravante della recidiva.

Acco­gliendo il ricorso pre­sen­tato dalla stessa pro­cura di Napoli con­tro l’ordinanza del Tri­bu­nale, la Cas­sa­zione ha anche posto fine a una serie di dia­tribe sull’impossibilità di rimet­tere mano a sen­tenze pas­sate in giu­di­cato: «Il diritto fon­da­men­tale alla libertà per­so­nale deve pre­va­lere sul valore dell’intangibilità del giu­di­cato», scrive la Corte suprema pre­sie­duta da Gior­gio Santacroce.

Anche per­ché, si legge nella lunga ordi­nanza (43 pagine) redatta dal giu­dice Fran­ce­sco Ippo­lito, «gli effetti pre­giu­di­zie­voli deri­vanti da una sen­tenza penale di con­danna fon­data, sia pure par­zial­mente, sulla norma dichia­rata inco­sti­tu­zio­nale devono essere rimossi dall’universo giu­ri­dico», in quanto «ini­do­nea a fon­dare atti giu­ri­di­ca­mente validi». Ecco per­ché «la inter­ve­nuta pro­nun­cia di inco­sti­tu­zio­na­lità» su una legge che con­tro ogni razio­ci­nio aveva livel­lato le dif­fe­renze san­zio­na­to­rie tra le con­dotte di un con­su­ma­tore di hashish e quelle di uno spac­cia­tore di eroina «impone e giu­sti­fica la pro­ie­zione “retroattiva”».

Ma la Cas­sa­zione fa anche notare che i casi di dichia­rata inco­sti­tu­zio­na­lità di norme penali «sono diven­tati sem­pre più fre­quenti negli ultimi anni in cui il legi­sla­tore ha appro­vato una serie di irra­gio­ne­voli pre­vi­sioni san­zio­na­to­rie su cui è dovuto inter­ve­nire il Giu­dice delle leggi».

«Siamo di fronte a una sen­tenza sto­rica, di ecce­zio­nale valore, per­ché rico­strui­sce que­stioni giu­ri­di­che deli­ca­tis­sime come il rap­porto tra l’abrogazione di una legge e l’incostituzionalità, l’abolitio cri­mi­nis e il trat­ta­mento san­zio­na­to­rio, la que­stione del giu­di­cato e della sua pre­tesa intan­gi­bi­lità — com­menta Franco Cor­leone, Garante dei diritti dei dete­nuti della Regione Toscana – E affronta anche le novità in con­se­guenza delle sen­tenze Cedu (caso Scop­pola) sull’ergastolo».

Scrive infatti la Suprema Corte a pagina 37 che «sarebbe del tutto irra­zio­nale con­sen­tire la sosti­tu­zione dell’ergastolo con quella di trent’anni di reclusione(come è avve­nuto in tanti casi per effetto della sen­tenza Erco­lano della Corte di Stra­sburgo, ndr) e rite­nere, invece, intan­gi­bile la por­zione di pena appli­cata per effetto di norme che mai avreb­bero dovuto vivere nell’ordinamento: un “sovrap­più” che risulta l’effetto ancora in atto di una norma senza fon­da­mento, estro­messa dall’ordinamento giuridico».

Infine, l’esecuzione di una pena ille­git­tima «non potrà essere fina­liz­zata alla rie­du­ca­zione del con­dan­nato e costi­tuirà, anzi, un osta­colo» per­ché «sarà “ine­vi­ta­bil­mente” avver­tita come ingiu­sta da chi la sta subendo».

E sono cer­ta­mente migliaia coloro che stanno scon­tando una pena ingiu­sta: almeno 3 o 4 mila dete­nuti potreb­bero tor­nare in libertà subito. La parola ora torna ai giu­dici dell’esecuzione.

http://ilmanifesto.info/fini-giovanardi-legge-da-dimenticare/

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Importante modifica all’art. 187 del C.S.

http://www.dolcevitaonline.it/nuovo-codice-della-strada-luso-di-sostanze-dovra-essere-accertato-al-momento-della-guida/

Nelle modifiche al Codice della Strada approvate ieri alla Camera dei Deputati è stato recepita un’importante modifica del testo imposta dalla Commissione Giustizia su proposta di Vittorio Ferraresi (Movimento 5 Stelle) che va a modificare l’articolo 187 del codice (“Guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti”) sancendo che la guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti debba essere accertata “con la massima precisione e certezza, come esistente al momento dell’infrazione”. 

Si tratta di una modifica di grande importanza che dovrebbe finalmente porre fine alle modalità di esame che ancora oggi sono in grado di determinare la presenza di sostanze nel corpo solo “in linea generale”, andando a sanzionare ogni tipo di presenza nell’organismo di sostanze psicoattive come “guida in condizione di aterazione psico-fisica”. 

Misure di analisi generiche che negli anni hanno colpito indiscriminatamente con multe, sospensione della patente e sanzioni amministrative, anche chi faceva uso di sostanze nei giorni precedenti alla guida. Andando a colpire specialmente i consumatori di cannabis, essendo il Thc la sostanza che per più lungo tempo rimane rintracciabile nell’organismo (fino a 30 giorni per i consumatori abituali).

Ora il testo passerà all’esame del Senato.

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Qualità dell’individuo e “misfatto”: risponde l’avv. Zaina

Pubblichiamo la risposta dell’Avv. Zaina al quesito posto nell’articolo precedente e la successiva replica, convinti di portare un contributo sostanziale per un diverso approccio in fase processuale:

Caro Giancarlo,
pensavo che questo nostro carteggio sarebbe rimasto nel contesto privatistico dei nostri intensi rapporti personali e professionali, che proseguono, ormai da molto tempo, anche per avere l’opportunità di una maggiore libertà di espressione (e sfogo) e per non dovere ricorrere ad un doveroso repressivo autocontrollo nelle mie espressioni, atteso il ruolo che ho rivestito nel processo discusso ieri.

D’altronde, la mia profonda delusione (non tanto e non solo per l’esito) era già stata oggetto di un post che ho pubblicato ieri sulle mie pagine Facebook, cercando – e penso riuscendo – di rispettare il limite di critica, che mi è imposto, e che è quello della continenza e della non offensività delle espressioni che uso.

Comunque, anche se mi fossi sfogato appieno, sarei stato più amareggiato e deluso che furente. Cerco, però, di rispondere allo stimolante ed intelligente quesito che lei pone.

Devo, peraltro, osservare che la prospettiva che ciascuno di noi ha del problema concernente la liceità, o meno, della coltivazione, che da molti anni coinvolge lei – come imputato perseguito e perseguitato – ed il sottoscritto quale difensore Suo, appare sostanzialmente differente, pur presentando sicuri punti di contatto.

Lei mi propone una riflessione radicale. Quando, infatti, lei afferma “Ma dopo tre condanne in due processi, io qualche dubbio inizierei anche a pormelo: siamo sicuri che la linea di difesa in nome della “Bibbia Penale” possa essere uno strumento realmente efficace per difendere anche la qualità degli individui e non solo il loro “misfatto”?” affronta, non solo il profilo metodologico del tipo di difesa da adottare, ma anche e, soprattutto, il sistema giudiziario nel rapporto fra giudice ed imputato.

Lei correttamente dubita, quindi, che il solo esame della fredda norma costituisca un insufficiente paradigma per decidere della sorte delle persone, qualora la decisione non si incentri anche su di una più penetrante valutazione della persona imputata.

Le rispondo senza tanti giri di parole. Io non credo che nel Suo caso, in quello di Sua moglie, come in quei casi – che fortunatamente grazie anche alla Sua opera divulgativa stanno divenendo sempre meno – in cui il gesto coltivativo viene sanzionato penalmente, ci sia una carenza di volontà del giudicante di conoscere la persona ed il suo percorso, o ,comunque, non credo che questa sia la carenza maggiore.

Io credo, ed è questo che mi motiva a lottare con maggiore vigore – ove continuerò a venire officiato per la difesa di consumatori e coltivatori –, è la amara constatazione, [e sto parlando a livello generale, giacchè della sentenza di ieri (pur nella rabbiosa delusione che provo) non intendo parlare, perché non sono state depositate motivazioni e peccheri rispetto ai miei principi della verificazione di alcuni sorprendenti atteggiamenti da parte di chi indaga e di chi giudica.

Rilevo, così:
1. una diffusa impreparazione tecnico giuridica rispetto ai fenomeni scientifici che governano la condotta coltivativa,
2. la resistenza al cambiamento giurisprudenziale e culturale in essere, quale espressione di un’ingiustificata paura di un adeguamento normativo (che tarda a
venire),
3. la prigionia mentale rispetto a stereotipi intellettuali superati, ad impostazioni che sono state dimostrate obsolete e retaggio di trascorse impostazioni tecnico-giuridiche.

Tradotto in chiaro: troppe volte – e scusate l’immodestia – ho la netta sensazione,
durante i processi, di parlare ad interlocutori giudiziari che non sanno minimamente di cosa stiamo parlando e non si peritano di tale loro carenza, sul piano scientifico, che ignorano (per impreparazione o per disinteresse?) gli approdi della giurisprudenza tesa sempre più a riconoscere la non punibilità della coltivazione destinata a fini di uso personale, che sono prigionieri, e non fanno nulla per nasconderlo, di atavici stereotipi culturali, normativi e giurisprudenziali (anche ieri abbiamo sentito evocare dalla p.a. la sentenza delle SS.UU. del 2008, che ormai è un retaggio superato).

Pensi Lei a ruoli invertiti e cioè se fosse la difesa impreparata, cosa succederebbe.
Nonostante queste situazioni si addiviene alla pronunzia di sentenze che incidono sul presente e sul futuro di tante persone.

Dunque – sono io ora a porLe una domanda – non crede che quello di cui dibattiamo sia l’unico caso in cui difendendo quello che Lei chiama misfatto, si difende, in realtà, l’essenza e la persona del suo autore?

In tante (se in non tutte) le ipotesi di reato previste dal nostro ordinamento penale, l’attenzione dell’avvocato si incentra non sulla difesa della condotta, ma sulla tutela della persona, imputata, colpevole od innocente che sia.

Ma in questo caso tutto è veramente differente.
L’essenza della difesa del coltivatore consiste, infatti, nella valorizzazione del suo modo di coltivare per il suo fabbisogno personale, quando questo carattere emerga – come emerge ed emergerà nella sua vicenda -.

Quindi, stiamo parlando della difesa di un diritto sogettivo; proprio quel diritto che lei rivendica con forza e dignità di tante persone come Lei a non essere individuati come criminali. Plurime possono essere le ragioni per le quali una persona ritenga di fare uso di cannabis nonché di coltivare (e Lei è uno degli esempi più nobili).

Il problema che, però, si deve risolvere – e per il quale mi batto nella aule di giustizia – è proprio quello del raggiungimento di canoni interpretativi che tramutino una condotta originariamente ed astrattamente illecita in concretamente lecita.

Questi criteri sono stati individuati da sempre più numerose decisioni di merito – alle quali anch’io ho cercato di contribuire – ed ora sono state recepite – piano, piano – da alcune pronunzie della Suprema Corte di Cassazione.
L’uomo ed il misfatto, quindi, sono – ma solo in questo caso – un unicum inscindibile.

La coltivazione per fini personali non è un crimine e chi la pratica a tale fine non deve essere ritenuto un criminale.

Vede, caro Giancarlo giungiamo per vie differenti – come è giusto che sia – alle stesse conclusioni.

Avv. C. A. Zaina


Buongiorno Avvocato, all’inizio pensavo di scrivere solo a Lei, ma quando ho riletto la lettera ho creduto opportuno renderla pubblica e mettere in evidenza anche i casi che falliscono e non solo quelli vincenti.

Un’intuizione che ha pagato nei termini cari all’Associazione, ho ricevuto decine di attestati di solidarietà, da semplici associati, simpatizzanti, ma anche da redattori di riviste del settore e di quotidiani che hanno sempre seguito la nostra vicenda, perché ci terrei che arrivasse agli occhi del giudice che con il sorriso sulle labbra ci ha condannato, forse solo per la soddisfazione di dargli pubblicamente del mediocre e dell’incompetente!

Prendendo come spunto una lettera aperta indirizzata a Lei, il contenuto è contro la stupidità e l’impreparazione dei giudici che condannano come prendessero un’aspirina, ma non c’è nulla scritto contro o verso di Lei e il Suo operato, se non l’invito ad una riflessione sulla quale Lei ha risposto abbondantemente, ma non (a mio avviso) esaurientemente.

Ammesso che neanche una virgola di quel che scrive sia obiettabile, rimane pur sempre un nodo mai sciolto: la giurisprudenza e il dibattito politico procedono in modo propositivo, ma gli inquisitori rimangono sempre gli stessi.

E allora il problema cambia: non si possono adottare le stesse forme di difesa indipendentemente da chi sia il giudice, e allora bisogna trovare una soluzione: ricorso alla ANM per segnalare l’impreparazione e la mediocrità di chi è posto a giudicare su cose che (come Lei giustamente rimarca) non ne sa niente? Organizzare un forum tra avvocati per segnalare questa lacuna? Pressare sulla stampa proprio per segnalare condanne inutili, dannose e infondate per l’individuo e la società tutta?

Noi continueremo a difenderci e a piantare cannabis, uno, due, tre processi ormai non ci spaventano più, ma l’importante per noi e per tutti coloro che sono nelle nostre condizioni, è avere soddisfazione e prima o poi ce la faremo …insieme!

Giancarlo Cecconi

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Lettera aperta all’Avv. Zaina

Siamo sempre felici di dare notizie sull’esito positivo di alcuni processi a carico di persone che hanno coltivato modeste quantità di cannabis ad uso personale, ma qualche volta bisogna anche parlare di quelli che un esito positivo non l’hanno avuto, per comprendere che la lotta è ancora lunga e dura e che non serve a niente demoralizzarsi!

Pubblichiamo la “lettera aperta” di Giancarlo Cecconi (portavoce ASCIA) all’avvocato Zaina, dopo il processo celebrato ieri in appello a Firenze che ha confermato la condanna sentenziata in prima udienza per coltivazione di un numero esiguo di piante nella propria abitazione.


Caro Avvocato, io e mia moglie non siamo scandalizzati dalla sentenza che ha confermato la nostra condanna, è una lotta dura, lo abbiamo sempre saputo e proprio per questo, spesso, abbiamo paragonato l’atteggiamento dei giudici a quello degli inquisitori di triste memoria.

C’è gente come noi che se la cava con una macchia nel percorso esistenziale e qualche migliaio di euro di spese da sopportare, ma ce ne sono molti altri, molti dei quali Lei ben conosce ed altre migliaia a noi ignote, che vedono pregiudicata la loro vita, la possibilità di inserimento nella società ed addirittura l’umiliazione della discriminazione permanente.

Io, da Grande Ingenuo quale sono, ho sempre creduto che il Buon Senso in qualche modo potesse trionfare di fronte all’evidenza dei fatti, ma all’età che ho e con le varie esperienze che ho accumulato nella vita, sto iniziando ad essere invece molto più cinico, molto meno educato e soprattutto continuo a sentirmi sempre più motivato per la persecuzione di regime contro i consumatori di cannabis, che a tutti gli effetti somigliano in modo sempre più impressionante agli eretici e alle streghe dei secoli passati, giustiziati perché portatori di conoscenze diverse e non per la loro pericolosità.

E come gli eretici dei secoli passati sappiamo bene che se ti chiami Mario Rossi il rogo non te lo leva nessuno, ma se ti chiami Lutero o Calvino e hai dei potenti dalla tua parte allora non solo il rogo lo eviti, ma acquisisci la stessa potenza di chi voleva distruggerti.

Ecco, noi siamo i Mario Rossi di turno in questo momento storico e non ci possiamo fare niente, se non continuare ad urlare contro il Re, il Papa, il Presidente e le loro stupide, dannose e pericolose leggi.

Certo, qualcuno si salva, come i ragazzi di Vicenza o quello di Cagliari, ma la maggior parte continua a subire il giudizio di gente mediocre e disinformata che l’unica cosa che sa fare è aprire il Codice Penale (la vostra Bibbia) e condannare, chi ha stili di vita e convinzioni non condivise, in nome del Re, del Papa, della Repubblica e forse un giorno, in nome della Federazione Intergalattica, ma la storia rimarrà sempre la stessa nei confronti di chi si rifiuta di mettersi in fila per tre!

Per noi non cambia nulla, anzi otteniamo una conferma: “se noi non amiamo questo Sistema, non c’è nessun motivo perché questo Sistema debba amare noi” e quindi non serbiamo nessun rancore a livello personale, solo nutriamo una gran pena per chi, grazie a un titolo di studio e non alla saggezza, si arroga il diritto di decidere della vita e della morte delle persone senza conoscere nulla di loro, il loro senso sociale, la loro convinzione etica, la loro educazione civica, la loro visione della vita.

Ma dopo tre condanne in due processi, io qualche dubbio inizierei anche a pormelo: siamo sicuri che la linea di difesa in nome della “Bibbia Penale” possa essere uno strumento realmente efficace per difendere anche la qualità degli individui e non solo il loro “misfatto”?

Oppure dovremmo iniziare a contemplare una forma di difesa che metta al primo posto la qualità dell’individuo ponendola al di sopra del “misfatto” commesso?

Per noi non cambia nulla, è solo una questione di tempo (e purtroppo anche di soldi), andremo in cassazione e poi anche al tribunale europeo, ma non c’è e non ci sarà mai un giudice al mondo che possa ledere la nostra inossidabile convinzione: “NON SIAMO CRIMINALI!”, dovesse essere anche l’ultima frase urlata prima di salire sul rogo!

Giancarlo Cecconi

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Angelino Alfano, e l’ergastolo della patente

Fonte: dolcevitaonline.it

Angelino Alfano, la droga e l’ergastolo della patente

Dice il ministro degli Interni Angelino Alfano che l’Europa ci chiede di fare di più per risolvere il problemi delle vittime degli incidenti stradali. Dal 2001 ad oggi in Italia il numero delle vittime della strada è sceso del 45% ma l’obiettivo è fare ancora meglio. Ottima idea, per carità. Per realizzare questo nobile scopo Alfano più che all’introduzione del reato di omicidio stradale, punta forte sul cosiddetto “ergastolo della patente”, una misura volta a colpire con il ritiro permanente del permesso di guida chi è stato sorpreso più volte alla guida del proprio mezzo in condizioni alterate. Fino a qui tutto bene, direte voi, dopotutto la libertà di alterare se stessi non può certo comprendere il diritto a mettere a repentaglio la vita degli altri.

Il problema è che secondo il nostro Angelino, l’ergastolo della patente dovrebbe servire per “colpire chi altera abitualmente il proprio comportamento con l’uso di droghe”. E chi si mette alla guida abitualmente ubriaco? E chi fa abitualmente i cento all’ora nei centri abitati?.

Secondo le statistiche sono proprio eccesso di velocità ed abuso di alcol i due fattori principali nel causare incidenti mortali sulle nostre strade, per l’alcol i dati parlano addirittura di quasi 4 incidenti con vittime su 10 attribuibili al suo abuso da parte di automobilisti. Ma per loro Alfano sembra non prevedere nessun “ergastolo”.

Sia chiaro, chi scrive non vuole affermare in nessun modo che guidare sotto l’effetto di droga sia meglio. Nessuno dei due casi deve essere permesso. Ma nelle parole di Alfano sembra semplicemente riecheggiare il più falso dei luoghi comuni, nonché il più duro a morire. La droga è il male, l’alcool invece è una cosa diversa. Senza considerare poi il fatto che, per come vengono condotte oggi, le analisi per verificare l’assunzione di droghe non hanno alcun valore scientifico. Se infatti con l’etilometro si riesce più o meno a verificare se il guidatore è sotto l’effetto dell’alcol al momento del controllo, per quanto riguarda le altre sostanze le analisi si trasformano in una sorta di caccia alle streghe che punisce le abitudini più che una reale condotta irresponsabile. Lo sanno bene, ad esempio, le migliaia di persone che si sono viste contestare la guida sotto effetto di cannabis per aver fumato qualche sera prima del controllo. La cannabis infatti è la sostanza che per maggior tempo rimane nell’organismo (fino ad un mese per i consumatori abituali). Prima di parlare di ergastolo della patente forse sarebbe il caso di rivedere il metodo dei controlli, che ne dici Angelino?

Andrea Legni

http://www.dolcevitaonline.it/angelino-alfano-la-droga-e-lergastolo-della-patente/

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