Il King’s College smentisce Serpelloni

Eravamo lì con il cronometro in funzione per calcolare quanto ci avrebbe messo il dott. Serpelloni a dire la sua contro l’iniziativa del Cannabis Social Club per i pazienti promossa dall’Associazione Lapiantiamo a Racale e come ci aspettavamo non abbiamo dovuto attendere tanto le sue dichiarazioni, che sono state rilasciate al quotidiano l’Avvenire, una rivista sicuramente poco scientifica e molto teologica, a dimostrazione di quanto confuso sia il concetto di “obiettività” nel pensiero del Capo Dipartimento: http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/nessuna-effetto-terapeutica.aspx

Quello che continua a sorprenderci (ma ormai sempre meno) è il fatto di come sia possibile che un Dipartimento che dovrebbe essere al servizio della scienza, sia invece pagato ed operi per un puro e palese obiettivo ideologico e di come usi la stampa amica e alleata, per affermare le discutibili tesi che produce nell’ambiguo interesse del creare confusione.

La poca serietà scientifica e l’assoluta arroganza ideologica con cui il dott. Serpelloni continua a recitare la solita cantilena sul mortale pericolo derivato dall’uso di cannabis, non possono non essere tenute in considerazione in un parlamento che speriamo venga rapidamente rinnovato e ci auguriamo che se il nuovo Governo dovesse decidere di mantenere in vita il Dipartimento Politiche Antidroga, che quantomeno lo voglia affidare a studiosi e ricercatori scientifici in grado di valutare con obiettività le problematiche sociali, liberandoci una volta per tutte da chi vorrebbe vedere il popolo schierato ed ubbidiente come soldatini o chierichetti.

Ma purtroppo (per il dott. Serpelloni) la ricerca sulla cannabis e sulle sostanze stupefacenti va avanti in direzioni più illuminate e la risposta alle sue usuali bugie, questa volta gliela diamo tramite il prof. Veronesi, con un articolo pubblicato un anno fa dal blog della sua Fondazione e che forse al dott. Serpelloni è sfuggito: http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3348

Le droghe leggere non fanno male, è la conclusione di uno studio di ricercatori del King’s College di Londra passato quasi sotto silenzio nei giorni scorsi e che invece io credo  meriti qualche commento. La ricerca ha preso in esame 9 mila inglesi di 50 anni che in gioventù avevano fatto uso di marijuana e varie altre sostanze illegali compresa la cocaina: sottoposti per sei anni a test cognitivi e di memoria i risultati sono apparsi migliori rispetto a giovani che non avevano “fumato spinelli”. “Il risultato indica che non esiste un legame necessario fra uso di droghe leggere e compromissione delle facoltà cognitive a 50 anni”,  ha spiegato  Alex Dregan del King’s College, che ha pubblicato il suo studio sull’ultimo numero dell’American Journal of Epidemiology.
Da medico e da ricercatore,  ho sempre considerato doveroso applicare al problema della droga un approccio scientifico, e ho sempre contestato la facile soluzione del proibizionismo. Nella nostra società, infatti, non si è ancora abituati a discutere in base ai fatti e ai risultati, e si continua a discutere in base alle ideologie e a litigare sulle opinioni.  
Da persona responsabile, premetto che non posso considerare un fatto di costume lo spinello nelle scuole, tanto più se parliamo della media dell’obbligo, dove gli studenti sono poco più che bambini. Una maggiore sorveglianza, da parte delle autorità scolastiche e da parte delle famiglie, è quindi assolutamente doverosa.  
Detto  questo, dobbiamo vedere che cosa succede nella realtà.  A 15 anni “fumano” dal 10 al 15%  dei ragazzi e a 18 anni il 40% delle femmine e il 60% dei maschi. E’ un fenomeno di massa, quindi. Come considerarlo, a quali rischi  va incontro chi fuma lo spinello? Le statistiche epidemiologiche dimostrano che la mortalità per droghe leggere è pari a zero, che esse non  danno una forte assuefazione e che non sono il tanto temuto “ponte” di passaggio alle droghe pesanti, in particolare all’eroina. Di quel 60% che a 18 anni fuma lo spinello solo lo 0,8% è passato all’eroina. E la ricerca inglese dimostra che lo spinello non intacca le facoltà mentali. Il proibizionismo può allora essere una carta vincente? Ho molti dubbi al riguardo perchè, come  è storicamente dimostrato, il proibizionismo non paga, non evita i danni per i quali è stato deciso, e ne crea altri molto peggiori.   Come medico e come uomo, credo profondamente nella “riduzione del danno”, che ormai è la strada scelta in Europa dai Paesi più avanzati per tentare di risolvere il problema ben più grave della tossicodipendenza. Del resto, anche l’Italia è andata in questa direzione. L’azione efficacemente svolta dai Sert in questi anni, la distribuzione gratuita di siringhe da parte delle “unità di strada”, l’informazione sanitaria diffusa tra i giovani da operatori sociali coraggiosi e molto motivati stanno dando risultati importanti, che forse pochi conoscono.
Di droga si muore di meno, innanzitutto. Secondo i dati più recenti la mortalità per overdose risulta in coda nelle cause di morte della popolazione dai 15 ai 44 anni. Prima vengono gli incidenti stradali, il suicidio, l’Aids.

La questione è quindi stata ben evidenziata già da tempo: la cannabis è riconosciuta a livello scientifico come una droga leggera e come tale va trattata e quindi l’unica cosa da fare per risolvere il problema sanitario/legislativo, che angoscia noi e assilla il dott. Serpelloni, è riportare la cannabis nella tabella degli stupefacenti come scientificamente viene considerata e non in quella in cui è stata voluta inserire, ideologicamente, da Fini e da Giovanardi!

Giancarlo Cecconi – ASCIA

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