Le statistiche illusorie del DPA

Dopo aver letto la risposta di Serpelloni a LILA, ho provato a fare una ricerca sui dati statistici degli ultimi anni sui consumi di droghe in Italia e dopo alcune ore di ricerca infruttuosa, ho concluso che gli unici dati statistici disponibili sono solo quelli del DPA, relativi alle relazioni annuali al Parlamento.
Forse il DPA si fa anche le statistiche sulle quali basa i risultati positivi di diminuzione del consumo di droghe?
Sarebbe proprio un bell’esempio di trasparenza e affidabilità!

Esaminando tali dati comparati del 2011 e 2012 (del consumo di droghe negli ultimi 30 giorni) si notano in realtà variazioni quasi irrisorie, tipo eroina -0.06%, cocaina -0.11%, allucinogeni -0.16% e che cannabis e stimolanti-anfetamine-extasy sono leggermente aumentate rispettivamente dello 0.29% e 0.07%!
Ma che risultato grandioso!

Credo che saremmo tutti curiosi di sapere esattamente quanti milioni di euro ci sia costato un risultato così “positivo”, con delle percentuali così ristrette e oltretutto resta il fatto che noi italiani siamo ancora i primi in Europa nel consumo di cannabis e i terzi per quello di cocaina.

E sicuramente siamo anche i primi per il clima di terrore repressivo e per il numero di arresti per quantità di sostanze stupefacenti irrisorie.
E unici per l’ingiusta “presunzione di spaccio” per la coltivazione anche di una sola pianta di canapa o il possesso di quantitativi di marijuana o hashish che in altri paesi sarebbero tranquillamente visti come quantitativi per uso personale.

E abbiamo le pene più alte di tutta Europa, dai 6 ai 20 anni, e le carceri più sovraffollate.
Questi sono i costi sociali che stiamo pagando per un così ridicolo risultato di “diminuzione” dell’uso di droghe, un vero fallimento della politica proibizionista, alla luce delle ben più marcate diminuzioni dei consumi nei paesi dove si è avuta una legalizzazione.

Ho sempre avuto un paio di dubbi sulla validità di questo metodo di fare indagine statistica.
Il primo dubbio riguarda l’arco di tempo preso in considerazione per determinare il consumo: consumo almeno una volta nella vita, consumo negli ultimi 12 mesi, consumo negli ultimi 30 giorni.
Ma un vero consumatore, che potrebbe avere dei reali problemi di abuso, dovrebbe essere un consumatore quotidiano o, almeno, settimanale.

Se uno fuma una sigaretta una volta al mese, può essere considerato un fumatore abituale?
E se ne fuma una all’anno un fumatore occasionale?
Se qualcuno si ubriaca una volta al mese è un alcoolista?
Dove sono i dati statistici sull’uso quotidiano delle droghe e quindi le percentuali del reale pericolo di abuso?

A proposito della canapa, ci sono persone che se la autocoltivano, si fumano dalle 5 alle 10 canne al giorno, da 20 o 30 anni e conducono una vita assolutamente normale, senza problemi di salute fisica o mentale, senza che nessuno se ne accorga, almeno fino a quando non incappano nelle maglie della Fini-Giovanardi per i più svariati motivi.
Queste persone non rientrano nelle statistiche?
Non li studia nessuno?

Il secondo dubbio riguarda l’attendibilità delle risposte date dagli intervistati in Italia, con un clima di terrore repressivo così opprimente. Chi ci dice che, per paura, non siano 2 su 3 o 3 su 4 i consumatori giornalieri che dichiarano di non aver mai fatto uso droghe, nonostante tutte le garanzie possibili sulla riservatezza e la segretezza dell’indagine?

Forse il consumo di droghe in Italia potrebbe essere enormemente sottostimato, proprio per le paure a rivelarlo, generate dal proibizionismo stesso.
Potrebbe essere il doppio o addirittura il triplo?

Invece non ho dubbi su che cosa moltissimi italiani, accusati di spaccio senza avere spacciato, o arrestati per aver autocoltivato canapa proprio per non pagare lo spaccio, direbbero al DPA cosa fare con le più di 100 lettere formali di accreditamenti internazionali.

E, a proposito di dubbi, cosa dimostrerebbe che il consumo di droghe pesanti sia quasi impercettibilmente diminuito per merito dell’attività del DPA e non, invece, grazie alla contro informazione fatta dalle associazioni antiproibizioniste?
Da un punto di vista psicologico, un drogato sarebbe più disposto a dar credito ai sostenitori della sua repressione o a chi cerca di informarlo per aiutarlo senza costringerlo al carcere o alla comunità?

Se il numero dei tossicodipendenti in carcere risulta diminuito, bisogna considerare il fatto che chi fa uso di cannabis non si considera tossicodipendente, sa di non esserlo e spesso non si presta a dichiararlo all’ingresso in carcere, anche se questo gli viene proposto come presupposto per poter (forse) poi andare in comunità.

Molti giovani preferiscono restare in carcere dopo aver ascoltato i racconti sulle comunità dei detenuti più anziani, che nelle comunità ci sono già stati e non ci vogliono più ritornare!
L’alternativa della comunità non è la migliore opzione per un consumatore-coltivatore di cannabis, che in carcere non ci dovrebbe neanche entrare, ma, di fatto, vi è costretto dalla maledetta presunzione di spaccio dovuta automaticamente alla autocoltivazione o al possesso di scorte per uso personale, come decretato dalla legge intollerante della quale siamo vittime. Dovrebbe far riflettere il fatto che i detenuti per la canapa arrivino a preferire le carceri sovraffollate piuttosto che le comunità!

Le statistiche sul consumo di droghe, soprattutto in un clima di proibizionismo intollerante contro gli assuntori, non descrivono la realtà del semplice uso quotidiano di canapa e di chi se la coltiva per non doverla comprare dagli spacciatori e vive il più segretamente possibile questa sua esperienza per il timore di doverla pagare in un modo ingiustamente esagerato, nel clima di caccia alle streghe che le attuali politiche proibizionistiche ci hanno costruito sopra.

Di certo sappiamo che la Fini-Giovanardi ha strariempito le carceri italiane, che quasi la metà della popolazione carceraria è dentro per gli art. 73 e 75 della legge sulle droghe con una recente predilezione per gli autocoltivatori di canapa, che i grandi narcotrafficanti continuano il redditizio commercio di ogni droga ovunque, che i tribunali italiani sono intasati dai processi per droga contro una “criminalità” che di fatto non esiste e che questi metodi di “tolleranza zero” hanno creato problemi e disagi sociali soprattutto nei consumatori e autocoltivatori di canapa ben più grandi di quelli che si intenderebbero prevenire e risolvere con la lotta alle droghe.

Parlare di risultati positivi in Italia senza considerare tutto ciò significa solo voler celebrare a tutti i costi un proibizionismo malato, senza considerazione per le sofferenze inutili che questo ha portato e sta portando a migliaia di persone NON PERICOLOSE.

E’ tempo di pretendere e riprenderci la nostra libertà.

Pierpaolo Grilli – ASCIA

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